sabato 21 novembre 2009

Franco Cardini sui "Lombardi": un ottimo esempio di come si fa seria divulgazione storica

Ieri pomeriggio, aprendo i lavori del seminario "Immagini del passato. Quando il cinema incontra la storia" che si è tenuto all'Università Cattolica di Milano, l'illustre medievista Franco Cardini ha parlato brevemente de "I Lombardi che fecero l'impresa" definendolo "un ottimo esempio di come si fa seria divulgazione storica". "Il libro - ha detto il grande studioso italiano - mi è piaciuto a cominciare dal titolo che occhieggia al bel film di Pupi Avati. E' un volume arioso, ben scritto e ben informato, che si legge bene il che non è un merito da poco".   L'iniziativa, che ha trattato il tema dell'uso politico della storia attraverso le pellicole cinematografiche, è stata proposta dal Corso di Storia e Critica del Cinema e il Corso di Storia Medioevale. Oltre a Franco Cardini hanno partecipato Francesco Casetti, docente di filmologia, Maria Pia Alberzoni, docente di storia medievale, ed Elena Mosconi, docente di storia e critica del cinema

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lunedì 16 novembre 2009

La Lega Lombarda di Alberto da Giussano approda a Opera

Opera 27 ottobre 2009. Al Polifunzionale di Opera, lunedì 26 ottobre è stata una serata all’insegna della storia medievale grazie alla narrazione delle epiche gesta di Alberto da Giussano e della Lega Lombarda che si contrappose alla discesa in Italia dell’imperatore Federico il Barbarossa.

Una buona affluenza di pubblico che non ha perso una nuova occasione, dopo la presentazione del romanzo della Compagnia della Morte di Franco Forte presentato questa primavera, per vivere attraverso un altro libro a tema, I lombardi che fecero l’impresa, scritto dalla storica medievale e giornalista Elena Percivaldi.

Le appassionanti storie di cavalieri, fanti, armi e clangori di tromba, una storia di battaglie sul campo, ma anche nei palazzi del potere sullo sfondo dell’Italia e dell’Europa del XII secolo. Oggetto del contendere, il desiderio di libertà e autogoverno dei comuni lombardi rispetto all’Impero, in mano ai sovrani di Germania. Presenti solo nominalmente finché a cingere la corona non è Federico di Hohenstaufen, il Barbarossa, uomo dalle idee chiare e con un concetto assoluto della dignità imperiale.

Il libro ricostruisce fedelmente le vicende basandosi su documenti e cronache dell’epoca, inquadrandole alla luce degli studi storici. Un racconto che in maniera vivace, con uno stile accattivante, coinvolge il lettore nell’atmosfera del tempo. Il punto di vista è inedito.

Protagonista, infatti, è proprio Federico, il nemico della Padania e dell’Italia intera, che vive in prima persona le battaglie, gli scontri, gli incontri con la realtà ignota delle città italiane, fino a rendersi conto dell’impossibilità di realizzare il suo sogno di grandezza.

A presentare la serata, insieme al Dottor Marco Fantoni, il Sindaco Ettore Fusco soddisfatto per la presentazione del libro storico anche attraverso la narrazione di aneddoti legati a quell’epoca. “Una lezione di storia medievale - ha commentato il primo cittadino - che l’autrice ha saputo impartire coinvolgendo il pubblico ed appassionandolo con curiosità dell’epoca di cui poco si conosce. Infatti - conclude il Sindaco - di quel periodo a scuola si fa un minimo accenno solo, ed esclusivamente, in merito alle date del giuramento di Pontida e della Battaglia di Legnano. Come se la Lega Lombarda con il suo sogno di libertà dei comuni lombardi, l’allora Padania, non sia stata una pagina fondamentale della nostra storia”.

Ufficio stampa Comune di Opera

http://www.radiohinterland.com/index.php?q=comment/reply/4425

venerdì 30 ottobre 2009

GAZZETTA DI PARMA del 29 ottobre 2009 - E Milano si ribellò all'Impero

Personaggio / Elena Percivaldi Autrice del saggio «I Lombardi che fecero l'impresa»
E Milano si ribellò all'Impero
«I Comuni non aspiravano all'indipendenza, ma a mantenere le “libertates'' sottratte alla Corona:
quanto ad Alberto da Giussano siamo nella leggenda e del giuramento di Pontida non c'è il testo»

di Maria Pia Forte

Occhi celesti e penetranti,
forte e ben proporzionato,
capelli e barba rossicci: tale
era Federico Barbarossa.
Non era usuale, nel XII
secolo, un re barbuto: su imitazione degli
antichi, i sovrani lasciavano la barba
a eremiti, pellegrini e militari. Proprio
da questi ultimi Federico I di Hohenstaufen,
figlio del Duca di Svevia, aveva
imparato in gioventù questo costume,
durante una crociata in Terrasanta. Così
racconta la storica Elena Percivaldi nel
volume «I Lombardi che fecero l’impre -
sa. La Lega e il Barbarossa tra storia e
leggenda» (Àncora Editrice, 227 pagine,
16 euro). Un libro che con scorrevole
chiarezza si addentra nelle intricate vicende
del XII secolo in Italia, caratterizzato
dall’aspra lotta tra Papato e Impero
e tra questo e i sempre più ricchi
Comuni del Nord Italia, insofferenti dei
vincoli imposti dall’Imperatore tedesco
da cui dipendevano; e che, toccando temi
oggi ammantati di simbologie come
Lega Lombarda, giuramento di Pontida
e così via, cerca di chiarire dove finisca
la storia e cominci il «mito».
Che tipo era il Barbarossa?
Era un uomo poco avvezzo a filosofeggiare
e molto portato all’azione. Appresa
sin da giovane l’arte della guerra,
non era privo di acume politico. Aveva
un sogno grandioso: riportare l’Impe -
ro al ruolo universale rivestito da Carlo
Magno e Ottone il Grande. Credette di
poter imporre la sua autorità sui Comuni,
senza capire quanto fosse mutata
la situazione politica, sociale ed
economica. Lo scontro fu inevitabile. E
si concluse con la sua sconfitta.
Cosa rese possibile, nella famosa battaglia
di Legnano del 1176, la schiacciante
vittoria del male addestrato e
male armato esercito comunale?
Potremmo dire la fortuna. All’inizio la
battaglia si mette male per i Comuni;
ma quando la fanteria è sul punto di
soccombere, arriva la cavalleria milanese.
Il momento decisivo è la caduta
dell’Imperatore da cavallo. Crollano
con lui le insegne, i tedeschi perdono
il loro punto di riferimento e corre voce
che Federico sia morto. Sbandano e
fuggono verso il Ticino, dove affogano
o vengono trucidati. Per la leggenda,
invece, gli artefici della vittoria sono
Alberto da Giussano e la sua Compagnia
della Morte, e le tre colombe apparse
sul campo, interpretate come
l’incarnazione di tre santi martiri
molto cari a Milano.
Quali erano le rivendicazioni dei Comuni?
Si può parlare di aspirazione
all’i n d i p e n d e n za ?
L'Italia era parte dell’Impero Romano-
Germanico e Federico non poteva
accettare che al di sotto delle Alpi si
battesse moneta, si eleggessero i consoli,
si riscuotessero le tasse e si esercitassero
diritti di mercato, tutte prerogative
dell’Imperatore. A rivelare
ciò che accadeva in Pianura Padana
furono due lodigiani che denunciarono
all’Imperatore la prepotenza di
Milano chiedendo il suo intervento; e
fu il disastro! Il Barbarossa mise Milano
a ferro e fuoco e poi, nel 1158 a
Roncaglia, impose a tutti i Comuni il
diritto imperiale di nominare i magistrati,
amministrare la giustizia e riscuotere
le tasse. Da qui nacque l’op -
posizione che avrebbe portato a Legnano.
Nessuna aspirazione all’indi -
pendenza: i Comuni volevano solo tenersi
quelle «libertates» che ormai
avevano di fatto sottratto alla Corona.
Mai si sognarono di mettere in discussione
la fedeltà all’Impero.
D’altronde anche fra i Comuni c'erano
divisioni e rivalità...
I due lodigiani corsi dall’Imperatore a
denunciare la tirannide di Milano, la
fedeltà al Barbarossa di Pavia, di Como
e della stessa Lodi e la riottosità di
molti Comuni ad aderire alla Lega ne
sono la dimostrazione. Milano era vista
come il fumo negli occhi: sempre
più popolosa e ricca, era la città più
importante della Pianura Padana grazie
alla posizione geografica e al prestigio
dei suoi arcivescovi, che dopo la
disgregazione dell’Impero di Carlo
Magno erano assurti a veri governatori
della città. Nella sua espansione verso
il contado per ottenere il controllo sulle
vie di comunicazione dirette al Centro
Europa, finì per scontrarsi con i vicini,
più piccoli e meno potenti, come
Lodi e Como, assediati e distrutti.
Quali Comuni facevano parte della Lega
fondata a Pontida nel 1167? Sempre
che Pontida ci sia davvero stata!
Non esiste il testo di questo fantomatico
giuramento: il primo a parlarne è
uno storico del Cinquecento, Bernardino
Corio, ma nessun’altra fonte lo
nomina. La prima riunione della Lega
attestata è del 27 aprile 1167, e sappiamo
dai cronisti del tempo che i milanesi
giurarono insieme a cremonesi,
bergamaschi, bresciani, mantovani e
ferraresi di unirsi contro le angherie
imperiali perché sarebbe stato meglio
morire con onore piuttosto che continuare
a vivere in modo così basso e
disonorevole. I veneti furono i primi a
unirsi in Lega, nel 1164, e in seguito si
fusero nella Lega Lombarda, a cui aderirono
anche le emiliane Piacenza, Parma,
Reggio, Modena e Bologna.
Quale parte ebbe il Papato nello
scontro fra Impero e Comuni?
La Lega trovò un alleato in papa Alessandro
III, acerrimo nemico del Barbarossa,
del quale avversava il disegno
universalistico a scapito, anche,
del ruolo papale. Federico non aveva
accettato la sua elezione a pontefice e
aveva sostenuto una serie di antipapi,
provocando uno scisma nella Cristianità.
Un’impuntatura che alla fine
avrebbe pagato cara.

I Lombardi che fecero l'impresa
Àncora, pag. 227, € 16

LA GAZZETTA DI PARMA, 29 ottobre 2009
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giovedì 22 ottobre 2009

SU AVVENIRE: L’invenzione del guerriero

L’invenzione del guerriero

Uno: Alberto da Giussano non è mai esistito. Due: il «giuramento di Pontida» probabilmente pure. Adesso che nelle sale d’Italia imperversa (pare comunque con successo inferiore alle aspettative) il kolossal di Renzo Martinelli Barbarossa, chi glielo dice alla Lega Nord che il film sul quale ha puntato per far risalire le sue radici sino al Medioevo è in realtà un polpettone che non rispetta affatto la storia? Eppure è così, praticamente tutti gli studiosi sono d’accordo; e davvero non si sa dove Federico Rossi di Marignano (consulente storico della pellicola) abbia – sono parole del regista – «trovato traccia del carroccio, oltre che naturalmente di un certo Alberto da Giuxano».
Beh, forse Martinelli doveva scegliersi meglio il supporto scientifico (il settantenne Rossi di Marignano, del quale in concomitanza col film è uscito anche un libro sullo stesso argomento, risulta laureato in economia, diplomato in pittura e licenziato in scienze religiose: tutto fuorché storia...), visto che è stato subito massacrato da parecchi studiosi con le carte accademiche in regola.
Uno su tutti: Franco Cardini. Il quale – avendo già scritto nel 1991 La vera storia della Lega Lombarda (Mondadori), dove Alberto da Giussano non è citato nemmeno una volta – ha evitato di far da consulente alla pellicola, poi si è affrettato a pubblicare sul suo sito un lungo articolo: «La storia raccontata dal film è profondamente falsa. A parte il giuramento di Pontida che forse non ci fu mai e Alberto da Giussano che fu inventato nel Trecento, il mostrare il Barbarossa come una specie di “dittatore centralista”, per giunta “straniero”, che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso il quale alla fine giustamente si ribella, è semplicemente ridicolo». Il medievista fiorentino sfida poi a produrre i nuovi documenti su Alberto da Giussano e la sua presunta «Compagnia della morte».

Ma non altrimenti la pensava uno dei primi studiosi della materia, l’erudito brianzolo don Rinaldo Beretta che – essendo, guarda caso, in cura d’anime proprio in una frazione di Giussano – indagò fin dal 1914 (la ristampa riveduta del suo lavoro è però del 1970) Il Giuramento di Pontida e la Società della Morte nella battaglia di Legnano, con il significativo sottotitolo: «Storia o leggenda?». In quel saggio il sacerdote dimostrava tra l’altro che «di un giuramento o congresso, tenuto in Pontida al tempo della Lega Lombarda, non vi è cenno in nessuna fonte scritta e nemmeno nella tradizione orale» prima del 1503 (ovvero 350 anni dopo il presunto evento!) e che «la Lega Lombarda trasse le sue origini a Bergamo l’8 marzo 1167, non a Pontida il 7 aprile... È ben difficile sostenere l’esistenza del giuramento di Pontida». Quanto ad Alberto da Giussano, al di fuori di una cronaca del domenicano milanese Galvano Fiamma (1340 circa), il suo «nome è completamente ignorato in tutti gli avvenimenti politici e guerreschi di prima e dopo la battaglia di Legnano... A meno che si voglia romanzare, la sua figura rimane nel dominio dell’oscurità e della leggenda». Sempre alla «fonte mal sicura e tardiva» di fra Galvano si deve pure la notizia dell’esistenza a difesa del carroccio di due società militari scelte, tra cui la famosa «Compagnia della morte» capitanata appunto dal valoroso Alberto; ma «la loro esistenza difficilmente si può dimostrare», anzi «sorge il sospetto che questa leggenda sia stata messa in campo dallo stesso partito dei nobili, al quale apparteneva il Fiamma, coll’intento di attribuirsi la vittoria di Legnano». Che – detto tra parentesi usando le parole di Cardini – «non fu una gran battaglia. Nessuna delle due parti aveva neppure gran voglia di combatterla».

Comunque sia, la linea tracciata da don Beretta è oggi la medesima di tutti gli storici accreditati. Anche la giovane giornalista – ma laureata in storia medievale – Elena Percivaldi, autrice del recente I Lombardi che fecero l’impresa (Àncora, pp. 230, euro 16), pur essendo collaboratrice de La Padania, non nega certo la realtà storica: «Un guerriero di nome Alberto da Giussano, così come lo vuole la tradizione e l’iconografia, purtroppo non è mai esistito... Di pura invenzione a questo punto bisogna parlare». Non solo: per il famoso giuramento, delle fonti coeve «nessuna nomina neanche in modo indiretto il monastero di Pontida... e neanche la data del patto corrisponde a quella tradizionale: non il 7, ma il 27 aprile 1167». Insomma, come si vede, il Barbarossa trasposto su grande schermo non sembra proprio adatto a diradare le nebbie che circondano l’effettiva storia della Lega lombarda. Esso anzi non fa che riprenderne il mito, lo stesso risorgimentale tanto caro a Pellico, Berchet, Gioberti e ovviamente Carducci: con i Comuni italiani alleati per cacciare lo straniero e costruire l’unità della nazione... Toh: proprio ciò che oggi la Lega di Bossi depreca massimamente. Che Alberto da Giussano non fosse un buon leghista?

Roberto Beretta
AVVENIRE, 22 ottobre 2009
http://www.avvenire.it/Cultura/Linvenzione+del+guerriero_200910220805249070000.htm

mercoledì 21 ottobre 2009

AMPIA INTERVISTA SUL GIORNALE DI BRESCIA: Ali bianche sul Barbarossa. Intervista ad Elena Percivaldi sulla battaglia di Legnano fra storia e leggenda

ALI BIANCHE SUL BARBAROSSA
Intervista ad Elena Percivaldi sulla battaglia di Legnano fra storia e leggenda
La fortuna favorì i Comuni, poi misteriosamente apparvero tre colombe

di Maria Pia Forte

Occhi celesti e penetranti, forte e ben proporzionato, capelli rossicci e barba fulva: taleera l’aspetto di Federico Barbarossa. Non era usuale, nel XII secolo, un re barbuto: su imitazione degli antichi, i sovrani lasciavano la barba a eremiti, pellegrini e militari. Proprio da questi ultimi Federico I di Hohenstaufen, figlio del Duca di Svevia, aveva imparato questo costume, quando, ingioventù, aveva partecipato a una crociata in Terrasanta.
Così racconta la storica Elena Percivaldi, membro della Società Storica Lombarda, nel volume «I Lombardi che fecero l’impresa. La Lega e il Barbarossa tra storia e leggenda» (Ancora Editrice, 227 pagine, 16 euro).
Si tratta di un libro che con scorrevole chiarezza si addentra nelle intricate vicende del XII secolo in Italia, caratterizzato dall’aspra lotta tra Papato e Impero e tra questo e i sempre più ricchi Comuni del Nord Italia, insofferenti dei vincoli imposti dall’Imperatore tedesco da cui dipendevano; e che, toccando temi oggi ammantati di simbologie come Lega Lombarda, giuramento di Pontida e così via, cerca di chiarire dovefinisca la storia e cominci il "mito".

Dottoressa Percivaldi, che tipo era il Barbarossa?
Era un uomo poco avvezzo a filosofeggiare e moltoportato all’azione. Appresa sin da giovane l’arte della guerra, non era privo di acume politico. Aveva un sogno grandioso: riportare l’Impero al ruolo universale rivestito da Carlo Magno e Ottone il Grande. Credette di poter imporre la sua autorità sui Comuni, senza capire quanto fosse mutata la situazione politica, sociale ed economica. Lo scontro fu inevitabile.E si conclusecon la sua sconfitta.

Cosa rese possibile, nella famosa battaglia di Legnano del 1176, la schiacciante vittoria dell’eterogeneo, male addestrato e male armato esercito comunale?
Potremmo dire la fortuna. All’inizio la battaglia si mette male per i Comuni; ma quando la fanteria è sulpunto di soccombere, arriva la cavalleria milanese. Il momento decisivo è la caduta dell’Imperatore da cavallo. Crollano con lui le insegne, i tedeschi perdono illoro punto di riferimento e corre voce che Federico sia morto. Sbandano e fuggono verso il Ticino, dove affoganoo vengono trucidati. Per la leggenda, invece, gli artefici della vittoria sono Alberto da Giussano e la sua Compagnia della Morte, e le tre colombe apparse sul campo, interpretatecome l’incarnazione di tre santi martiri molto cari a Milano e apportatrici di fortuna.

Quali erano le rivendicazioni dei Comuni? Si può parlare di aspirazione all’indipendenza?
L’Italia era parte dell’Impero Romano-Germanico e Federico non poteva accettare che al di sotto delleAlpi si battesse moneta, si eleggessero i consoli, si riscuotesserole tasse e si esercitassero diritti di mercato,tutte prerogative dell’Imperatore. A rivelare ciò che accadeva in Pianura Padana furono due lodigiani, che denunciarono all’Imperatore la prepotenza di Milano chiedendo il suo intervento; e fu il disastro! Il Barbarossa venne in Italia, mise Milano a ferro e fuoco epoi, nel 1158 a Roncaglia, impose a tutti i Comuni il diritto imperiale di nominare i magistrati, di amministrare la giustizia e di riscuotere le tasse. Da qui - proseguela ancora studiosa di questo interessante periodo storico - nacque l’opposizione, che avrebbe portatoa Legnano. Nessuna aspirazione all’indipendenza: i Comuni volevano solo tenersi quelle "libertates", che ormai avevano di fatto sottratto alla Corona. Mai si sognarono di mettere in discussione la fedeltà all’Impero,che per l’uomo del Medioevo era, come il Papato, legittimato a esercitare il potere per investitura divina.

D’altronde anche fra i Comuni c’erano divisioni e rivalità...
I due lodigiani corsi dall’Imperatore a denunciare latirannide di Milano, la fedeltà al Barbarossa di Pavia,di Como e della stessa Lodi e la riottosità di molti Comuni ad aderire alla Lega ne sono la dimostrazione. Milano era vista come il fumo negli occhi: sempre più popolosa e ricca, era la città più importante della Pianura Padana, grazie alla posizione geografica e al prestigiodei suoi arcivescovi, che dopo la disgregazionedell’Impero di Carlo Magno erano assurti a veri governatoridella città. Nella sua espansione verso il contado per ottenere il controllo sulle vie di comunicazione dirette al Centro Europa, finì per scontrarsi con i vicini,più piccoli e meno potenti, come Lodi e Como, assediati e distrutti.

Quali Comuni facevano parte della Lega fondata a Pontida nel 1167?
Sempre che Pontida ci sia davvero stata! Non esisteil testo di questo fantomatico giuramento: il primo aparlarne è uno storico del Cinquecento, Bernardino Corio, forse attingendo a documenti ormai perduti; ma nessun’altra fonte lo nomina. La prima riunione della Lega attestata è del 27 aprile 1167, e sappiamod ai cronisti del tempo che i milanesi giurarono insieme a cremonesi, a bergamaschi, a bresciani, a mantovanie a ferraresi, di unirsi contro le angherie imperiali perché «sarebbe stato meglio morire con onore piuttostoche continuare a vivere in modo così basso e disonorevole». I veneti furono i primi a unirsi in Lega, nel 1164, e in seguito si fusero nella Lega Lombarda, a cui aderirono anche le emiliane Piacenza, Parma, Reggio,Modena e Bologna.

Quale parte ebbe il Papato nello scontro fra Imperoe Comuni?
La Lega trovò un alleato in Papa Alessandro III,acerrimo nemico del Barbarossa, del quale avversavail disegno universalistico a scapito, anche, del ruolo papale. Federico non aveva accettato la sua elezione a pontefice e aveva sostenuto una serie di antipapi, provocando uno scisma nella Cristianità. Un’impuntatura- conclude la prof. Elena Percivaldi della Società Storica Lombarda - che alla fine avrebbe pagato cara.

Maria Pia Forte

IL GIORNALE DI BRESCIA, 21 ottobre 2009

RECENSIONE SU LIBERO: Storia e leggenda dei Lombardi che fecero l’impresa

Storia e leggenda dei Lombardi che fecero l’impresa

di Miska Ruggeri

Pubblicato il giorno: 21/10/09

Con le iniziative politiche di Umberto Bossi e il recente film di Renzo Martinelli, le vicende della Lega lombarda sono ritornate nell’immaginario collettivo di gran parte degli italiani. Certo, non come durante il Risorgimento, quando la lotta contro Federico I di Hohenstaufen fu esaltata dai patrioti (dalle tele di Massimo D’Azeglio al Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, dalla ballata “Il giuramento di Pontida” di Giovanni Berchet al Primato morale e civile degl’Italiani di Vincenzo Gioberti e all’opera di Giuseppe Verdi “La battaglia di Legnano”) quale esempio di liberazione dal giogo straniero, visto che ora nel mirino c’è piuttosto il centralismo romano, ma la Barbarossa-reinaissance è evidente.Come la necessità di un saggio divulgativo che spieghi quanto di vero e quanto di leggendario sia contenuto nell’epopea dei Comuni ribelli all’Impero.

Un compito ben assolto dalla giornalista e medievista Elena Percivaldi con I Lombardi che fecero l’impresa. La Lega e il Barbarossa tra storia e leggenda (Àncora, pp. 230, euro 16), dove si ricordano molte cose troppo spesso trascurate.

Innanzitutto, che nelle cronache coeve abbondano errori, manipolazioni e omissioni e che quindi queste non vanno prese per oro colato. Ma sono sempre la fondamentale base da cui partire. Ebbene, a proposito del celebre «giuramento della concordia», nessuna fonte lo data al 7 aprile 1167 (semmai al 27 aprile) e nessuna nomina, neppure in modo indiretto, il monastero di Pontida. A creare dal nulla il mito è il milanese Bernardino Corio nella sua Historia Patria apparsa nel 1503, che riecheggia, modificandola qua e là, la narrazione dell’anonimo continuatore di Acerbo Morena.

Inoltre, un guerriero di nome Alberto da Giussano non è mai esistito. Nessun documento ufficiale, né prima né dopo la battaglia di Legnano (29 maggio 1176), lo menziona. A inventarlo è un frate domenicano del Trecento, Galvano Fiamma, cappellano alla corte di Galeazzo Visconti, che a un certo punto lo tira fuori dal cilindro come deus ex machina dello scontro (insieme a due fratelli, Ottone e Rainero, poi scomparsi nelle versioni successive del racconto): è il comandante della Compagnia della Morte, corpo scelto di 900 cavalieri milanesi, alti e prestanti e con un anello d’oro, che avevano giurato con il sangue di «combattere l’imperatore in qualunque luogo e circostanza». E anche il carroccio originale, il carro sacro simbolo della comunità trainato da buoi e con una croce d’oro svettante sull’albero, non aveva certo la campana della tradizione (Martinella per i milanesi, Berta per i padovani, Nola per i cremonesi ecc.).

http://www.libero-news.it/articles/view/584086