lunedì 5 ottobre 2009

CURIOSITA': Alberto da Giussano, mito o realtà storica?


Non sarà sicuramente romantico, né piacerà a chi ama mischiare verità storica e leggenda, ma un guerriero di nome Alberto da Giussano, così come lo vuole la tradizione e l'iconografia, purtroppo non è mai esistito!!!Nessun documento ufficiale, né prima né dopo la battaglia, lo menziona, a meno di non volerlo identificare con quell'Albertus de Gluxiano nominato insieme a un'altra cinquantina di milanesi della zona di Porta Comacina in un atto notarile datato 1195 ma di cui null'altro si sa.
Non esiste una sua descrizione fisica, nulla si sa della sua vita né della sua morte, così come ignoto – se mai ci fu - è il luogo dove fu sepolto. A «inventarlo» - perché di pura invenzione a questo punto occorre parlare – fu un frate domenicano vissuto nel Trecento, Galvano Fiamma, che insegnava filosofia a Pavia e a Milano ed esercitava come cappellano alla corte di Galeazzo Visconti. Per tramandare le gesta della casata, che all'epoca dominava tutta la Lombardia con la non troppo celata intenzione di espandere ulteriormente la propria sfera di influenza almeno a tutto il Nord Italia, Galvano scrisse varie opere di carattere storico su Milano, tra cui la Chronica Galvagnana e il Chronicon maius. Nel punto in cui narra lo scontro tra la Lega Lombarda capeggiata appunto da Milano e Federico di Hohenstaufen detto il Barbarossa, il frate nomina, come deus ex machina che interviene nel momento cruciale della battaglia, un certo Alberto da Giussano comandante della Compagnia della Morte: una specie di corpo scelto di soldati selezionatissimi, composto da novecento tra i più valorosi cavalieri milanesi, che avevano giurato col sangue di «combattere l'imperatore in qualunque luogo e circostanza, in marcia, sul campo, senza mai darsi ignominiosamente alla fuga». Pena del tradimento, la morte. Tutti portano come segno distintivo un anello d'oro e sono alti e prestanti, tanto eleganti nei tratti e nel portamento quanto valorosi e temerari contro il nemico.Ora, già leggendo questi elementi salta all'occhio quanto l'intera vicenda sia caratterizzata da una ingenuità a dir poco disarmante. Novecento cavalieri, ovvero tre (numero simbolico) per trecento, a simboleggiare la perfezione. L'anello d'oro, segno di dedizione eterna, che li rende una sorta di “signori degli anelli” sui generis. L'altezza e la prestanza fisica, che sottintende per estensione naturale un'altrettanto spiccata nobiltà etica e morale.
Il giuramento di fedeltà come legame segreto e indissolubile, richiamo evidente al modello delle confraternite di monaci guerrieri, prime fra tutte i Templari. All'epoca di Galvano, erano ancora sulla bocca di tutti: i Templari avevano combattuto valorosamente durante le Crociate, si erano arricchiti suscitando la cupidigia del re di Francia Filippo il Bello e per questo, nel 1307, erano stati processati e decimati con accuse infamanti di stregoneria e pratiche demoniache. Le accuse avevano, certo, macchiato la reputazione dell'ordine. Ma senza troppo sminuirne il fascino.Ingenuità simbolico-numerica, si diceva. E non solo. Galvano pone al fianco di Alberto da Giussano, nella storica impresa, due suoi fratelli, Ottone e Rainero, anch'essi -inutile dirlo- illustri sconosciuti all'anagrafe del tempo. Talmente sconosciuti che pure lui dovette accorgersi ben presto di aver calcato un po' troppo la mano nel lasciar correre l'immaginazione.
Passi l'invenzione di un eroe, ma quella di tre (di nuovo il numero simbolico, perché repetita iuvant) era davvero eccessiva: e infatti i due sodali spariscono nelle versioni successive del racconto, e se ne perde così memoria per sempre...

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